sette
Arriva sempre un punto in cui non c’è più niente da dire.
Io quel punto l’ho raggiunto quando avevo già pensato tutto il pensabile, scritto tutto lo scrivibile, detto tutto il dicibile, compreso tutto il comprensibile, aspettato tutto l’aspettabile e mandato giù tutto il mandagiùibile, cercando di rimanere in me nonostante mi rimanessero davvero poche parole, finché non è stato chiaro che ero a corto.
Io, che le parole ce le ho sempre avute. Che le parole non mi sono mai mancate. Che le parole le ho sempre appallottolate come più mi piaceva perché era facile e divertente, e avevo così tante cose da dire che le mischiavo e uscivano fuori lettere combinate male.
Poi le parole da dire sono diventate sempre meno. Questa meglio di no, questa è troppo, questa eliminala, ma no guarda che io intendevo un’altra cosa, taglia lì, togli là, quella lasciala perdere, ah ok questa non ti piace non c’è problema la cambio, e il volume sempre più basso, per non fare rumore, per non disturbare. Ma a quel punto non è più una conversazione, è un’eco. E piano piano mi sono azzittita per non sentire le mie stesse parole che mi si ritorcevano contro.
Io, che le parole non le ho mai temute. Che le parole non mi sono mai bastate. Che le parole le ho sempre usate come più mi andava perché era semplice e leggero, e avevo così tante cose da raccontare che le mettevo in fila e uscivano fuori frasi combinate bene.
Io, che dicevo sempre che niente è un problema finché non muore qualcuno, e che le parole servono proprio a non morire.
Ho spento il motore e ho perso le parole per strada, ma non stavo andando da nessuna parte. Non è che le ho lasciate sul tettuccio della macchina e poi sono ripartita e quelle sono volate via. Che io la macchina manco ce l’ho.
E poi me ne sono stata zitta per non fare altri danni, ma i danni li ho fatti comunque perché alla fine mi sono persa per strada pure io insieme alle parole. Una strada proprio del cazzo, te lo devo dire. No, non siamo in un’autostrada in mezzo al deserto dell’Arizona. Può sembrare la peggiore delle ipotesi, ma almeno là prima o poi passa qualche disgraziato che ti dà un goccio d’acqua.
Qua siamo… Non lo so dove siamo, ma non mi piace. È una di quelle terre di mezzo che non hanno un nome e in cui le strade sembrano tutte uguali. Ti dirò, credo, CREDO, di aver individuato il percorso giusto per uscire, ma mi ritrovo sempre nello stesso vicolo cieco ogni volta che penso: “Ok, l’altra volta sono andata a destra quindi ora sarà per forza a sinistra.”
Che poi io destra e sinistra manco le distinguo, quindi chissà dove cazzo sto a andà.
Ho riacceso il motore, è un po’ scassato, ma le parole piano piano le ritrovo tutte, e nel frattempo lascio le briciole per ricordarmi dove sono passata. Ce n’è solo una che ho imparato a tenermi per me perché dirla ad alta voce fa calare il gelo, e ora che inizia la primavera non te lo meriti.
Però te lo devo proprio dire. Va bene tutto, va bene davvero tutto, ma mi sa che non me lo meritavo manco io.


